mercoledì 16 febbraio 2011

Ringhio: «Ho perso la testa e mi assumo le mie responsabilità»


MILANO - L'Uefa ha aperto un atto disciplinare nei confronti di Gennaro Gattuso, protagonista della rissa finale di Milan-Tottenham di martedì sera di Champions League a San Siro. Il capitano rossonero rischia una stangata (tre giornate) per aver preso per il collo Joe Jordan, ex milanista dei primi anni Ottanta e ora allenatore in seconda della squadra londinese.
«HO SBAGLIATO» - «Ho sbagliato io e basta», ha detto Ringhio al rientro negli spogliatoi. «Ho perso la testa e mi assumo le mie responsabilità. Jordan ha rotto le scatole per tutto il secondo tempo, ma questo non giustifica la mia reazione. Ho fatto una cosa che non dovevo fare. Adesso aspetto l'Uefa: mi prendo tutto quello che deciderà». Gattuso, ammonito durante l'incontro, avrebbe saltato comunque la partita di ritorno per somma di ammonizioni.

martedì 15 febbraio 2011

Televoto, multa alla Rai


il senso delle dichiarazioni Rai dopo la notizia del procedimento aperto dall'Antitrust che ha sanzionato l'azienda di viale Mazzini per 50 mila euro per pratica commerciale scorretta. In sostanza, dice l'Antitrust, la  Rai dovrà spiegare al pubblico del Festival di Sanremo, al via stasera, di non avere strumenti per prevenire manipolazioni del televoto. Toccherà a Morandi che si sta guadagnando fino all'ultimo euro il suo compenso, segnalare dal palco per le serate di mercoledì, giovedì e venerdì, che "al momento, non è stato possibile adottare strumenti tecnici in grado di prevenire l'eventuale abuso di televoto da parte di call center ed operatori specializzati'".
SCORRETTEZZE - Tutto era nato da una segnalazione del Codacons in relazione alla scorsa edizione del Festival, seguita poi da una regolamentazione dell'Agcom che ha stabilito "gli obblighi che entreranno a regime, per la parte riguardante gli strumenti tecnici di prevenzione dell'abuso di televoto, a fine 2011". La questione è delicata: si lascia intendere che in passato ci sia stato del marcio nel voto telefonico. Il direttore di Raiuno Mazza  butta acqua sul fuoco: "Non abbiamo evidenze che possa succedere o sia successo passato. E' una sanzione che la Ria considera contraddittoria". Ma il rischio, ammette, esiste. "Il rischio è che la tecnologia dei farabutti sia più avanti della capacità di controllo. Anche chi rapina banche ha fatto passi avanti rispetto ai tempi di Capannelle e dei soliti ignoti". Se qualcuno ha truffato si scoprirà solo dopo: saranno le aziende come Telecom partendo a ritroso potrà scoprire se c'è stato comportamento anomalo, suggeriscono gli organizzatori. La Rai, dunque, benedice i controlli sui tabulati telefonici (per il festival, s'intende) si affida, per il momento,  al buon cuore degli artisti e dei loro supporter. "Se si scoprisse tra un mese che un cantante ha imbrogliato non sarebbe bello. o se fossi un artista preferirei arrivare ultimo". E, ancora una volta, scatta la metafora sportiva: "Se uno sportivo bara gli tolgono le medaglie o lo scudetto".  Sarà.

BALLI E BALLARO' - Stasera alle 20.35 si comincia, con Antonella Clerici e e quindi arriverà il tango di Belen. A spanne andrà in contemporanea con la messa in onda di un Ballarò assai atteso, dopo la notizia del processo a Berlusconi il 6 aprile. Una concorrenza da paura. Mazza si affida a un proverbio: "C'è spazio per tutti, il pubblico sceglierà. Mi dico sempre: fai quel che devi, accada quel che può". In quanto a Luca a Paolo, il direttore di Raiuno racconta di aver smanettato su altri canali e "sentito battute di ogni tipo sull'attualità". Come dire, non potranno fare troppi danni. Mazzi rilancia: "L'unica cosa è stargli vicino. E' giusto che gli artisti si possano esprimere liberamente. E poi vanno in diretta, che cosa possiamo fare?". Il problema ora è tutto di Luca e Paolo: saranno all'altezza

Il premier a processo, Alfano attacca: «In gioco la sovranità del Parlamento»


Cicchitto: tutto previsto
MILANO - Il rinvio a processo del premierSilvio Berlusconi scatena veementi reazioni politiche. Il Pdl fa quadrato attorno al presidente del Consiglio e assicura che il governo andrà avanti. Fortissima la reazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano, secondo il quale «il fatto che il gip di Milano abbia disposto il processo immediato nei confronti del premier Silvio Berlusconi significa che non ha tenuto conto di quanto votato le settimane scorse dalla Camera, dunque - afferma il Guardasigilli - questo è un tema che attiene l'autonomia, la sovranità e l'indipendenza del Parlamento». Dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani arriva invece una richiesta precisa. «Io chiedo le elezioni anticipate - ha detto il segretario dei democratici. Berlusconi è un fine costituzionalista ed essendo tale ha detto la sua. Un po' di studio in più sulla Costituzione non gli guasterebbe». Dura anche la reazione diFamiglia Cristiana. «La sentenza in mano a tre signore. Viene subito in mente la nemesi. Tu, Berlusconi, delle donne ti sei servito, e in malo modo; le stesse donne faranno giustizia» è il commento alla notizia del rito immediato per Berlusconi, che il settimanale affida a un editorialeon line. «Con l'aria che tira - si legge nel testo - la notizia non è il rinvio a giudizio immediato. È la composizione del collegio giudicante: tre donne».
«FORTE MANDATO» - A chi gli chiedeva se il premier fosse disponibile ad un passo indietro, il ministro Alfano ha risposto: «E la presunzione di innocenza?». «Tutti gli indagati sono colpevoli e devono fare un passo indietro?», ha insistito Alfano. «Il Presidente del Consiglio ha un forte mandato conferitogli dagli italiani, un mandato non nato occasionalmente, ma reiterato in almeno tre circostanze nelle più recenti elezioni», ha ricordato. Non solo, ha insistito. «Il presupposto parlamentare non esiste», ha detto, perché «numerose volte negli ultimi 30-40 giorni è stato ribadito» il sostegno al governo. «In otto circostanze il governo ha avuto una netta prevalenza sull'unione di tutte le opposizioni», ha ricordato, «Di Pietro, Bersani, Fini e Casini, tutti insieme hanno perso otto volte. Vi è una legittimazione piena dell'esecutivo sia dal punto di vista della legittimità parlamentare sia da quella del consenso popolare, che anche le ultime rilevazioni confermano essere significativo e certamente più robusto di quelli dei partiti di opposizione».
PDL - «Come volevasi dimostrare. È proprio il caso di parlare di una giustizia ad orologeria che per Berlusconi è rapidissima, addirittura istantanea. Tutto questo procedimento è viziato alla radice dal fatto che trattandosi, visto il reato ascritto che è la concussione, di un'imputazione che per definizione riguarda il titolare di un pubblico incarico, nel nostro caso deve essere trattato dal tribunale dei ministri» sottolinea invece Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, alla notizia del rinvio a giudizio del presidente del Consiglio. «Il governo - aggiunge - va avanti, resistendo a questi tentativi di manomettere l'equilibrio politico del Paese». Per Daniele Capezzone, portavoce Pdl, «la decisione del gip di Milano ricalca un copione perfino scontato. La situazione è davvero paradossale: non ci sono né i reati né le vittime, ma c'è il processo a tamburo battente, e soprattutto c'è un processo mediatico già in corso da settimane sotto forma di gogna anti-premier». «Il silenzio dei garantisti di sinistra è un epitaffio politico per loro: è evidente il tentativo della sinistra, sconfitta sia nelle urne che nelle aule parlamentari, di usare la scorciatoia giudiziaria per una spallata. Ma non si illudano: non praevalebunt», conclude Capezzone.
Per il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo (Pdl) : «Il giudizio immediato disposto dal Gip nel processo farsa contro Silvio Berlusconi conferma che la via giudiziaria in Italia è la continuazione della politica con altri mezzi».
«Mi sembra tutto una grande costruzione mediatica con poco sostanza» e «non esiste alcuna ipotesi accusatoria» contro il premier sottolinea invece il presidente della Regione Roberto Formigoni(Pdl).
È in corso un vero e proprio attacco alla sovranità popolare e ad un'istituzione dello Stato. Il pericolo che i Padri Costituenti della Repubblica avevano immaginato, inserendo l'immunità parlamentare nella Costituzione, è oggi quanto mai reale». afferma invece il ministro dell'IstruzioneMariastella Gelmini (Pdl) che aggiunge: «Un potere dello Stato tenta di condizionare la volontà degli elettori e di stravolgere uno dei principi cardine di tutte le democrazie: l'equilibrio tra il potere giudiziario, legislativo ed esecutivo. Non è un problema del centrodestra o di Berlusconi, ma dell'Italia. L'anomalia del nostro Paese non è rappresentata da un presidente del Consiglio liberamente eletto, ma da una parte della magistratura che agisce con finalità politiche».
Franceschini
IL PD - «Berlusconi si proclama perseguitato ed innocente, allora si presenti davanti ai giudici». Così Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, ai giornalisti a Montecitorio. Più duro il vice Maran: «Rispettiamo l'autonomia della magistratura e ripetiamo, come facciamo da mesi e non da oggi che viene disposto il suo giudizio immediato per i reati di concussione e prostituzione minorile, che Berlusconi si deve dimettere. Lasci la presidenza del Consiglio, ci permetta di non essere lo zimbello del mondo. Liberi l'Italia».
Donadi
IDV - «Con il rinvio a giudizio da parte del gip del Tribunale di Milano la condizione politica del premier è sensibilmente mutata in peggio». È l'opinione di Silvana Mura deputata, dell'Italia dei valori. «Considerato che Silvio Berlusconi dovrà difendersi da accuse pesanti, sarebbe opportuno che lo facesse da privato cittadino invece che da premier, evitando di coinvolgere mediaticamente il governo in un processo che certo non farà bene all'immagine dell'Italia in particolare nello scenario internazionale».
UDC - «La vicenda Ruby deve essere chiarita al più presto» sottolinea invece il segretario Udc,Lorenzo Cesa. «Rispettiamo i magistrati milanesi che hanno scelto il rito abbreviato per Berlusconi, e nei confronti del premier siamo garantisti come per ogni imputato. Ci auguriamo che questa vicenda sia chiarita al più presto, nell'interesse delle istituzioni italiane», dice Cesa commentando il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi.
CGIL - «Il rinvio a giudizio dovrebbe comportare le dimissioni del premier» ha detto Susanna Camusso oggi a Bari. Un lungo applauso ha accompagnato la notizia data dalla leader Cgil della richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi. Camusso, che partecipava ad una assemblea regionale della sua organizzazione, ha detto: «In quel procedimento si dice che parti offese sono quella ragazza di cui conosciamo il nome e il ministero degli Interni. Se un primo giudizio possiamo darlo è che ancora si può credere che in questo paese la giustizia sia uguale per tutti».

Caso Ruby, premier a processo il 6 aprile


MILANO - È fissata per il prossimo 6 aprile l'udienza del processo a carico del premier Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Lo ha stabilito il gip di Milano Cristina Di Censo, disponendo il rito immediato nei confronti del premier. A giudicare il capo del governo sarà un collegio composto da tre donne, i giudici della quarta sezione penale Carmen D'Elia, Orsolina De Cristofaro e Giulia Turri. «Non ci aspettavamo nulla di diverso» ha commentato a caldo l’avvocato Piero Longo, uno dei legali del premier. Quanto al fatto che il collegio giudicante sarà composto da sole donne, il legale ha anche osservato: «Già ci sono nel processo Mills; benissimo, le donne sono gradite e qualche volta anche gradevoli». La decisione del gip in merito alla richiesta avanzata dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno e dal pm Antonio Sangermano è stata accolta con soddisfazione in Procura. «Ora andremo in udienza» si è limitato a dire, sorridendo, il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati.
NO COMMENT DEL PREMIER - Appena battuta dalle agenzie, con prevedibile velocità, la decisione di sottoporre a processo immediato il primo ministro italiano, ha fatto il giro del mondo, rilanciata dai siti di informazione internazionale. In Italia le reazioni politiche non si sono fatte attendere: il Pdl ha subito parlato di «giustizia a orologeria», mentre il Pd chiede che il premier si presenti davanti ai giudici. No comment, invece, da parte del diretto interessato: Berlusconi, in visita a Mineo, ha lasciato la Sicilia senza fare dichiarazioni. Uscito a bordo di un'auto dal residence degli Aranci, dopo aver tenuto un sopralluogo nella struttura che potrà ospitare migliaia di immigrati sbarcati sull'isola nelle ultime ore, il capo del governo ha deciso di disertare la conferenza stampa alla Prefettura di Catania, dove era atteso, e di rientrare immediatamente a Roma per impegni improrogabili.
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LE MOTIVAZIONI - Nel fissare per il 6 aprile l'inizio del dibattimento, il giudice non si è limitata ad accogliere la richiesta della procura di Milano ma ha motivato la sua decisione e, secondo quanto appreso, avrebbe esaminato tutte le questioni più delicate sulla questione, a partire dalla competenza, confermando quella del tribunale di Milano. Nelle motivazioni che hanno accompagnato la sua decisione, il gip ha affrontato anche le questioni dell'evidenza della prova e della connessione tra i reati contestati.
VIMINALE E KARIMA «PARTI LESE» - Dal decreto del gip si evince inoltre che Ruby «Rubacuori» e il ministero dell'Interno sono parti lese nel processo. Karima El Mahroug, in arte Ruby, è persona offesa nel procedimento in relazione al reato di prostituzione minorile contestato a Berlusconi in quanto il premier avrebbe commesso atti sessuali con la giovane in cambio di denaro o altre utilità dal febbraio al maggio dello scorso anno, quando la ragazza non aveva ancora 18 anni. Il ministero dell'Interno, invece, è parte offesa in relazione al reato di concussione ipotizzato nei confronti del presidente del Consiglio in relazione alla telefonata che il premier fece nella notte tra il 27 ed il 28 maggio scorso in questura a Milano per ottenere il «rilascio» di Ruby che era stata portata negli uffici della polizia in seguito alla denuncia di un furto. Figurano come parti lese anche tre funzionari della Questura di Milano, il capo di gabinetto Pietro Ostuni, e i funzionari Giorgia Iafrate e Ivo Morelli, i quali, secondo l' accusa, avrebbero subito pressioni dal premier. In linea teorica, la presidenza del Consiglio potrebbe costituirsi parte civile in rappresentanza del ministero dell'Interno che a sua volta è parte lesa in relazione sempre al reato di concussione contestato a Berlusconi.
GIÙ MEDIASET - L'annuncio del giudizio immediato per Silvio Berlusconi ha avuto ripercussioni anche a Piazza Affari. Repentino il peggioramento per il titolo Mediaset: le azioni del gruppo televisivo hanno ceduto l'1,7% a4,765 euro, ampliando poi le perdite a metà giornata.

lunedì 14 febbraio 2011

L'Egitto contagia l'Iran, scontri e caos


L'onda lunga delle rivolte nel Maghreb e in Egitto arriva in Iran e ridà vita all'Onda Verde. Teheran scende in piazza per una marcia non autorizzata, organizzata dall'opposizione proprio a sostegno delle proteste al Cairo e negli altri Paesi africani, e scoppia il caos. Un producer della Bbc ha riferito di «pesanti scontri» tra manifestanti e forze dell'ordine. I siti d'opposizione «Peykeiran» e «Herana» hanno parlato di un dimostrante morto e di due feriti. Secondo testimoni oculari, la polizia avrebbe aperto il fuoco vicino alla piazza Tohi. Spari sarebbero stati uditi nei pressi della piazza Enghelab, nel centro di Teheran. «Migliaia di persone - secondo altri testimoni - hanno marciato nel centro della capitale». I militari avrebbero usato anche i lacrimogeni per disperdere i manifestanti. E ci sarebbero stati «numerosi arresti». L'America segue con attenzione quanto sta avvenendo in Iran. E, a differenza della prudenza con cui gli Usa accolsero le proteste dell'Onda Verde nell'estate del 2009, stavolta Washington esprime il suo sostegno alle «aspirazioni» dell'opposizione iraniana e intima a Teheran di non ricorrere alla violenza contro i manifestanti. Lo ha spiegato Hillary Clinton, esortando il regime degli ayatollah a «sbloccare» il sistema politico del Paese.
VIAVAI DI AMBULANZE - Gli scontri più pesanti si sono registrati vicino alla piazza Azadi, in via Azerbaigian, testimoniati da un costante andirivieni di ambulanze fra la zona e un vicino ospedale. «La gente - ha scritto un giornalista della Bbc sul posto - ha dato fuoco a cassonetti nel centro di Teheran e la polizia ha sparato così tanti gas lacrimogeni che, in alcune parti della piazza Azadi, è quasi impossibile respirare». La rete di cellulari è stata completamente oscurata nel centro della capitale iraniana, secondo la fonte. Altri scontri sono stati registrati attorno all'università di Teheran e all'università Sharif. Le agenzie ufficiali iraniane negano gli incidenti, scrivendo al contrario che la città «è ancora più calma rispetto agli ultimi giorni». Secondo il sito d'opposizione iraniano «Iranpressnews», l'opposizione in piazza ha chiesto le dimissioni della Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, auspicando che il leader della Repubblica Islamica lasci il potere così come è avvenuto al termine della rivolta popolare in Tunisia con il presidente Zine el-Ebidine Ben Ali e in Egitto con l'ex rais Hosni Mubarak.
BRUCIATI I CASSONETTI - la protesta nella capitale, all'inizio silenziosa, era formata da piccoli gruppi di manifestanti che si sono riuniti nei pressi di piazza Azadi. In un secondo momento, alcuni oppositori hanno lanciato slogan anti-governativi e dato fuoco a bidoni della spazzatura. La protesta a Teheran è la prima dopo le manifestazioni del dicembre 2009, durante le quali furono uccise otto persone. Manifestanti dell'opposizione si sarebbero radunati in diverse piazze della capitale iraniana ma anche di altre città del Paese, in particolare Isfahan e Shiraz, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni. Nella capitale, gli oppositori hanno dato vita a cortei e proteste nelle piazze Imam Hossein, Enghelab, Ferdowsi, Haft-e-Tir e Sadeghieh, ma sono stati affrontati da uno schieramento molto ingente di forze anti-sommossa. Sui siti d'opposizione viene rilanciato in queste ore un video assai violento che mostra un presunto basij, un miliziano filogovernativo, picchiato a Teheran dai manifestanti dell'Onda Verde. Il filmato è datato 14 febbraio, ma non è possibile per il momento accertare la veridicità delle immagini, né se la persona picchiata sia realmente un miliziano del governo.
USA E FRANCIA - Consapevole dello «storico ruolo» svolto fin qui dai social network nelle proteste, il Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a inviare messaggi su Twitter agli iraniani. Il flusso è cominciato domenica, quando gli Stati Uniti hanno accusato il regime di Teheran di ipocrisia perché, mentre a parole ha appoggiato i cortei anti-governativi in Egitto, ha poi cercato di soffocare le manifestazioni organizzate in Iran a sostegno delle rivolte popolari che stanno dilagando in tutto il Medio Oriente. L'ultimo 'tweet', in ordine di tempo, quello odierno, mentre da Teheran arrivavano le prime notizie degli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti: sull'account, USAdarFarsi, Washington ha invitato Teheran a permettere «alle persone che godono degli stessi diritti universali di riunirsi pacificamente e di manifestare come al Cairo». E anche dalla Francia è arrivata una dura condanna per i «vincoli» imposti all'opposizione riformatrice dell'Iran, che si è vista impedire ogni manifestazione nella Repubblica islamica. «Siamo preoccupati per il divieto delle manifestazioni indette dall'opposizione iraniana e per i vincoli imposti all'opposizione», ha detto a Parigi il portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero. «La Francia - ha aggiunto - chiede alle autorità iraniane di rispettare il diritto d'espressione di tutti i suoi cittadini. Chiede alle autorità iraniane di liberare tutte le persone detenute arbitrariamente».
TENSIONE NEL BAHREIN - Disordini tra la popolazione e la polizia si sono registrati anche in tre località del Bahrein, in occasione del «giorno della rabbia», decretato sulla scia delle manifestazioni tunisine e egiziane. Secondo le fonti, la polizia ha usato gas lacrimogeni e ha sparato pallottole di gomma contro la popolazione, causando «il ferimento di almeno 14 dimostranti».

La Cassazione: adozione anche per i single


MILANO - Il Parlamento italiano apra alle adozioni di minori da parte dei single, anche se con le dovute cautele. Lo chiede la Corte di Cassazione, spiegando che nulla in contrario è infatti previsto dalla Convenzione di Strasburgo sui fanciulli del 1967 che contiene le linee guida in materia di adozione. La Suprema corte - nella sentenza 3572 - sottolinea che «il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell'ambito di ammissibilità dell'adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell'adozione legittimante». Perplessità sono state espresse dal cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, secondo il quale nei procedimenti di adozione «in linea generale, la priorità è il bene del bambino, che esige un padre e una madre». «Non conosco nel dettaglio questo caso e il pronunciamento della Suprema Corte - ha specificato Antonelli -. Ma in linea generale ogni bambino ha diritto a una madre e a un padre: questa dovrebbe essere la normalità».
IL CASO - La sentenza della Cassazione nasce dalla convalida, seppur in forma non pienamente legittimante ma «mite», dell'adozione di una bimba russa alla quale farà da mamma una donna «sola» di Genova. Depositata lunedì, questa sentenza contiene l'osservazione sul fatto che il Parlamento non ha ancora provveduto a varare una legge che consenta l'adozione da parte dei single.
LA SENTENZA - Per i giudici del «Palazzaccio» l'adozione legittimante «è consentita solo a coniugi uniti in matrimonio»: deve «escludersi che allo stato della legislazione vigente, soggetti singoli possano ottenere il riconoscimento in Italia dell'adozione di un minore pronunciata all'estero con effetti legittimanti». Questo, «fermo restando - concludono gli "ermellini" - che il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell'ambito di ammissibilità dell'adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell'adozione legittimante». (Fonte: Ansa)

Attività parlamentare al minimo Solo una legge dall'inizio dell'anno


Il premier Berlusconi
Il premier Berlusconi
ROMA - Una sola legge sfornata in quarantaquattro giorni. E non siamo nel bel mezzo della calura estiva o nel pieno della campagna elettorale. Per giunta, non si può certamente dire che sia stato un provvedimento particolarmente impegnativo per il Parlamento: la conversione in legge di un decreto approvato dal governo a novembre dello scorso anno sui rifiuti della Campania. Il bilancio dell'attività legislativa di Camera e Senato dal primo gennaio 2011 è tutto qua. Un vuoto senza precedenti, che difficilmente sarà colmato. Date un'occhiata ai calendari: dopo la sfacchinata dal Milleproroghe, altro provvedimento con targa governativa sul quale i deputati si sono accapigliati nel tentativo di infilarci dentro di tutto, comprese norme maleodoranti come il blocco delle demolizioni delle costruzioni abusive in Campania o l'ennesimo condono edilizio, la Camera ha in programma la discussione di alcune interrogazioni, qualche mozione sonnacchiosa e disegni di legge parlamentari senza alcuna speranza di passare. Basta dire che durante tutto lo scorso anno di proposte non governative ne sono state approvate soltanto dieci. Il minimo storico. Come al minimo storico sono le sedute. Nei 409 giorni trascorsi dal primo gennaio del 2010 l'Aula di Montecitorio si è riunita in 171 occasioni. Ancora più sporadicamente quella di Palazzo Madama. Dove i giorni di seduta sono stati 129. Conosciamo le obiezioni. «L'attività parlamentare non si può limitare alle sedute. Per esempio, ci sono le commissioni...». Vero. Ma a parte la singolarità di certi organismi (nel Parlamento del Paese con le leggi più complicate del mondo c'è da anni anche una commissione per la semplificazione normativa, ed esistono ben due diverse commissioni d'inchiesta sulla sanità pubblica), il loro lavoro dovrebbe sfociare quasi tutto nell'Aula. Per non parlare dei casi in cui le commissioni fanno da tappo, com'è avvenuto in occasione del pareggio sul voto al federalismo. Un imprevedibile effetto degli scossoni politici che hanno investito il centrodestra, certo. Ma pur sempre un bel contributo alla paralisi che stiamo vivendo.
La situazione non sarebbe tanto diversa se a votare le leggi fossero soltanto i capigruppo, come ha proposto un paio d'anni fa Silvio Berlusconi («era una provocazione, un paradosso», si corresse poi il premier). Per il semplice fatto che da votare c'è ben poco. Quanto sia ormai profondo il senso di inutilità e frustrazione dalle parti del Parlamento lo dice il clamoroso gesto di un senatore ritenuto rispettabile come Nicola Rossi. Che ha spiegato la sua decisione di gettare la spugna in questi termini: con questo sistema elettorale i parlamentari sono nominati dai partiti, e non avendo investitura popolare non possono avere indipendenza di giudizio, e senza di questa non si lavora. Stop. Preso atto che tale stato di cose non si può cambiare con un colpo di becchetta magica, non ha potuto fare altro che dimettersi. Non soltanto dal suo partito, con il quale si trovava comunque in dissenso per ragioni politiche, ma dal Senato. Consumando così fino in fondo il divorzio da un Parlamento la cui funzione principale è diventata quella di ratificare leggi preconfezionate a scatola chiusa dagli uffici governativi.
Cosa che invece non hanno fatto altri, i quali pure a parole avevano manifestato disagio. Il leghista Matteo Brigandì, per esempio: «Mi dimetto perché non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio del governo», ha dichiarato un giorno. Ma poi è rimasto onorevole fino a quando non è stato nominato dallo stesso parlamento nel Consiglio superiore della magistratura. Per non parlare del recordman assoluto degli assenteisti, Antonio Gaglione, che è sbottato: «Stare in Parlamento è un lavoro frustrante, una perdita di tempo e una violenza contro la persona». Dimettendosi subito dopo dal partito, il Pd. Ma in Parlamento ci è rimasto. Anche la coerenza ha un prezzo: ovviamente inferiore all'appannaggio da deputato che il Nostro continua a intascare.
Non che l'attività di governo sia particolarmente più frenetica. Con le energie tutte concentrate a parare i colpi della magistratura che indaga sui festini nelle residenze di Silvio Berlusconi, come dimostrano i recenti propositi di rimettere in cima all'agenda dell'esecutivo il processo breve o il decreto sulle intercettazioni, resta evidentemente poco carburante per altro. A giudicare dalla durata fulminea delle riunioni di Palazzo Chigi, le discussioni sulle questioni di merito dei singoli provvedimenti sono sempre più rapide. L'ultimo Consiglio dei ministri, quello sull'emergenza degli sbarchi a Lampedusa, è durato cinque minuti d'orologio: dalle 13.35 alle 13.40. Il 21 gennaio, per esaminare e approvare una decina di provvedimenti, fra cui quisquilie come il Piano sanitario nazionale e la disciplina degli sfratti, oltre a quindici nomine, ci hanno messo poco più di un'ora. La durata media delle 50 riunioni di governo dal primo gennaio 2010 a oggi è stata di 64 minuti, meno della metà di quella del precedente (e rissoso) esecutivo di centrosinistra. E questo di per sé potrebbe anche non essere un segnale negativo. Se non fosse però che mentre il dibattito interno si fa sempre più flebile, rimangono penosamente al palo progetti e riforme che rappresentavano l'ossatura del programma di governo.
Rendendo forse ancora più inutile l'esistenza a Palazzo Chigi, già di per sé sorprendente, di ben due strutture incaricate di seguire il «Programma»: quella del ministro Gianfranco Rotondi e quella del sottosegretario alla Presidenza Daniela Garnero Santanchè. Qualche caso? Il rilancio dell'energia nucleare (in clamoroso ritardo) e il piano casa (un flop gigantesco). Mentre le iniziative per dare «una scossa all'economia», termine coniato dal governo Berlusconi sette anni orsono ma finora senza risultati, sono prigioniere della carenza di risorse economiche, quando non della necessità di recuperare consensi in pericolosa discesa o della mancanza di fantasia, come sta a dimostrare il riciclaggio di vecchie promesse mai decollate. Piani per il Sud, riforme fiscali... E siamo poi sicuri che i tempi di alcune proposte, per esempio la riforma della Costituzione nella parte che riguarda l'impresa, siano compatibili con il fiato corto di questa sedicesima legislatura?